ID
MDES-018
Esito
In sospeso
Corpi Compatibili
Ambrogio Malodòr · Diletta Ciurmaglia
Zona
L'Archivio del Futuro
Dominio
Desiderio

// Rapporto di missione

Il Casellario delle Imprese Non Compiute

Verificare la segnalazione DB-7 sul Casellario delle Imprese Non Compiute (cella 602): un muro di cassetti bassi le cui schede — nome e impresa non compiuta di chi lo porta — si autocancellano nel giro di pochi secondi dall'estrazione, prima che la rilevazione possa fissarne il contenuto per intero. Raccogliere l'eventuale Materia Iridescente, rispettando la regola canonica della Zona: affiora solo in un momento di rinuncia volontaria, non per insistenza né per desiderio trattenuto.

Materia Iridescente raccolta secondo il protocollo canonico di zona (rinuncia volontaria di Ambrogio, non insistenza). Ma la rinuncia non nasce da una scelta operativa: nasce da una violazione non protocollare — Diletta legge ad alta voce, senza consenso, la scheda personale di un compagno. Nessuna delle due condotte è coperta da un protocollo esistente. Il dyad resta esposto: nervo condiviso portato a soglia critica, non richiuso.

Diletta al Bar San Calisto

Il Casellario delle Imprese Non Compiute è la stanza più bassa dell'Archivio del Futuro, e come tutto l'Archivio si apre solo quando si smette di cercarlo. È un muro di cassetti all'altezza del petto, ognuno con una sola lettera incisa nel legno e consumata dal pollice di chi l'ha aperto prima. Dentro ogni cassetto c'è una scheda: un nome, e una riga sola con l'impresa che quel nome non ha portato a termine. Estratta, la scheda si svuota da sola in pochi secondi, e leggerla ad alta voce fa andare la dissoluzione più in fretta. La zona libera la sua Materia Iridescente a una condizione precisa: che sia chi porta l'impresa a lasciarla andare di sua volontà. Mai per insistenza. Mai per un desiderio tenuto stretto.

A raccoglierla vanno in due. Ambrogio Malodòr, che legge le cose con il naso e porta al collo un flacone di vetro opaco con l'etichetta cancellata da anni. Diletta Ciurmaglia, che tiene il registratore sempre acceso e lo punta verso chiunque resti fermo abbastanza a lungo da dire qualcosa.

La notte prima, ciascuno la passa a modo suo. Lei riscrive tre volte la stessa riga sul taccuino, una domanda su chi abbia il diritto di fare qualcosa, e tre volte la cancella prima di arrivare al verbo. In cima ai messaggi ne tiene uno di lui, vecchio di sei giorni, mai aperto: le chiedeva di parlarsi. Il pollice ci si ferma sopra due secondi e riprende a scorrere. Alle una passa da un bar di Trastevere e registra un avventore che le racconta la propria vita prima che lei glielo chieda; quando lui le domanda della sua, risponde che sono cose complicate e paga. Lui, nel camper, tiene la mano ferma sulla manopola del bruciatore per nove minuti senza girarla, poi cammina nella pineta prima dell'alba e si abbassa cinque volte ad annusare un punto del terreno. Sul sentiero di rientro un ex collega dell'Ordine lo saluta con la solita battuta sulle muffe; lui resta zitto, gli annusa l'aria intorno per due secondi e riprende a camminare.

Helena li vede separatamente, in corridoio. Ad Ambrogio dice di tenere le narici aperte con Diletta, in un Archivio che nomina, e di farlo per sé prima che per lei. Lui risponde che le tiene sempre aperte, e lei non ribatte: scrive due righe sul margine coprendole con la mano. A Diletta ricorda che i libri, là dentro, leggono anche chi entra. Diletta dice vabbè, poi si corregge: no, aspetta, non vabbè per niente.

Il portale li lascia direttamente davanti al muro dei cassetti, senza un corridoio a fare da soglia. Lei entra per prima, il registratore premuto contro il petto con l'avambraccio. Lui la segue col naso già sollevato e dice che l'aria sa di carta che non vuole essere letta. Diletta cammina lungo i cassetti senza toccarne uno, la testa piegata a leggere le lettere. Poi si ferma davanti al cassetto della emme e lo apre, un gesto che la mano fa prima che la testa decida. Dentro c'è una scheda sola. Riconosce la grafia del nome prima di averlo letto per intero, la stessa che ha visto sulle provette di lui, una lettera per volta. Comincia a leggere ad alta voce, piano, e le parole sbiadiscono mentre le pronuncia.

Ambrogio attraversa la sala in tre passi. Prima di parlare inspira a lungo, per sapere che aria c'è. Le chiede di chiudere il cassetto, la voce da referto che però trema. Diletta tiene gli occhi sulla scheda e risponde di sbieco: sa che lui vuole che lo chiuda, manca solo l'ultima riga. Va avanti a leggere mentre la carta continua a svuotarsi da sola, indifferente a quale dei due la stia spuntando.

Poi lui cede, e sceglie la strada del parlare invece di quella del silenzio. Le dice cosa sente su di lei: paura di essere dimenticata. Glielo dice a voce bassa, per farla tacere. Lei parla sopra: esonda nello stesso respiro un'accusa e una scusa — che lei nomina sempre, che è quello che è, che non voleva, non così. La scheda tra le mani di lui è ormai bianca per metà.

È lì che Ambrogio smette. Tiene ancora la scheda in mano, e le dita si aprono piano: ha capito che stringerla non gliela ridà comunque intera. La lascia finire di svuotarsi contro il palmo, gli occhi altrove, e dice basta, rivolto a se stesso. Diletta si ferma di colpo, la bocca ancora aperta a metà frase. Dal cassetto vuoto sale una luce pallida, color oro antico, e resta sospesa sul bordo del legno. È la Materia: la zona l'ha liberata perché la rinuncia è arrivata da chi di diritto.

Ambrogio conta tre respiri a voce bassa, infila i guanti di canapa e raccoglie la luce chiudendoci intorno le mani. Non scotta: è tiepida, del calore di una mano che ne ha appena stretta un'altra. Il cassetto smette di pulsare. Diletta osserva da un passo, il registratore fermo tra le mani, senza avvicinarlo. Poi richiude il cassetto con due dita, piano. Nessuno dei due dice niente che somigli a una pace fatta. Camminano verso l'uscita a un passo di distanza, quel tanto che basta per non sfiorarsi, e il corridoio è più corto di come lo ricordavano all'entrata.

Helena aspetta al cronometro e lo ferma quando è passato il secondo dei due. Diletta le mette la Materia in mano senza dire chi l'ha tenuta nei guanti.

I giorni dopo sono fatti di piccole cose che non tornano al loro posto. Lei rientra e lascia il registratore spento sul tavolo per quaranta minuti, poi scrive a mano su un foglio sciolto, si ferma dopo tre righe e lo gira a faccia in giù. In un corridoio del laboratorio incrocia Ambrogio da lontano, rallenta di mezzo secondo e riprende il passo identico. Il messaggio di lui resta in cima alla lista, ancora chiuso. Ambrogio, al banco, prova a riconoscere un campione che sa a memoria e trova un vuoto al centro dell'odore; ripete con un secondo campione, stesso vuoto. Quando gli serve qualcosa da un cassetto di schedario, appoggia la mano sulla maniglia, la lascia lì, e chiede a un collega di aprirlo lui, senza dare una ragione.

La Materia è stata raccolta secondo il protocollo, alla lettera. Ma a farla affiorare è stata una lettura ad alta voce, fatta senza permesso, di una riga che un altro teneva ancora per sé. Una cosa lasciata a metà resta una possibilità finché a nominarla è chi la porta; appena la dice per primo qualcun altro, diventa un fatto, e si perde insieme il contenuto e il momento in cui si sarebbe potuto sceglierlo. Diletta consegna la luce e non aggiunge il nome. Ambrogio, la sera, torna a girarsi tra le dita un flacone con sopra scritto niente.

// Rapporto integrale

▸ Rapporto Lucilla 2.0 — dossier integrale (PDF)